Ti avevo promesso almeno quattro frasi. Ho paura che saranno di più, se non ti dispiace.
Il libro è bello, non c'è che dire. Ma questo lo sapevi già, per due motivi: intanto te l'ha detto gente pagata per decidere se un libro è bello, gente che così si guadagna il pane. Poi, tu sai scrivere, e chi sa scrivere in genere sa anche leggere... ergo ci sei arrivata da sola al fatto che avevi scritto un bel libro. Un bel romanzo (ci tieni, e fai bene). Fossi stato in te, in un momento di espansione incontrollata ed estatica dell'ego scrivente, avrei tolto anche il disclaimer: non serve il paracadute a uno scrittore. Di romanzi.
Comunque, non ho riesumato un blog che dormiva da anni per dirti cose che già sai.
Già, e allora perché?
Perché ho fatto un bel viaggio. Perché quando sono tornato ero diverso da quando sono partito, ed era carino che te lo dicessi, visto che tu sei stata così gentile da disegnarmi il frontespizio. E poi ti ricordavi di mio padre. Abruzzese. Per la cronaca, mia madre è molisana.
In questo viaggio che ho fatto col tuo libro sulle ginocchia (e sopra il lavandino, sotto il cuscino, tra il muro e il comodino e nel bauletto del motorino – due delle quattro collocazioni sono falsi diminutivi, scoprili e mandami un sms per vincere la suoneria di “fammi mettere i denti davanti” cantata da Natalia Aspesi) ho riconosciuto un sacco di gente che non vedevo da anni, secoli. C'era mia nonna, pace all'anima sua, che sapeva a memoria le massime e le minime di tutta la penisola e non faceva che ripetere “speriamo che Gesù mi si porta presto”; c'era mia madre, mio fratello, la mia fidanzata di quando avevo la metà dei miei anni e potevo ancora legare i capelli; c'era la mia eko da falò, che con gli anni è diventata una yamaha, e in spiaggia non la puoi portare più. C'eri tu che mi sembrava di conoscerti da una vita, e quando divento amico di un libro così presto vuol dire che è ben fatto o che mi sono rincoglionito. E non mi sono rincoglionito. E c'era un sacco di musica e rumore, e non è vero che il crescendo vira in nero, neanche un po'. O almeno, l'autrice sei tu, quindi se dici che è nivuro è nivuro, però a me sembrava respirare di pagina in pagina sempre di più, colorarsi, e il finale è di un aperto che in confronto villa borghese è un carcere di massima sicurezza. E non ho pianto durante le due pagine di catarsi del burrone (questo forse non dovevo dirlo, ma è la verità e mi pare anche una buona notizia), ho solo respirato molto, molto forte. Catarsi, già.
Beh, non c'è molto da aggiungere, a parte tutta quella roba che ho pensato e dimenticato mentre leggevo. Solo un'immagine... perché in realtà se non ti avessi promesso di superare le quattro proposizioni avrei sintetizzato la mia indegna recensione in tre rasi, e direi che sul finale è giusto che te le ciucci:
Bohemian Rhapsody in una cover dei Cure.
E' a questo che somiglia. E mi piace.





